“Un attimo e sono da lei. A venerdì prossimo, allora. No, al mercoledì successivo, no a venerdì l’altro”.
Io il tempo ce l’avevo e l’ho perso, insieme alla statuetta africana da regalare e mai regalata, insieme a 42 accendini, insieme alla pazienza che ormai non ci provo nemmeno più a cercarla.
Ma per tutto c’è un motivo, me l’ha detto il mio Guru, quando mi ha rivelato che sono una fatalista e che ciò è bello perché le sciagure del mondo non sono colpa mia, non sono così importante nel disegno dell’universo. Dice il mio Guru che tutto passa, che le risposte arrivano, il mio Guru mi rasserena, sempre, per quei cinque o sei minuti, e se ne sbatte del tempo. Da grande voglio essere guru anch’io. Guru è una parola bella, essa termina per u, è forse essa sarda? Io lo credo. Essa è come Chellacossu.
Se il piano astrale me lo consente, io partirò alla volta della Spagna. La Spagna è un bel paese, la sua bandiera è giallo-rossa, il suolo di Spagna è pieno di incenso odoroso. Quello di qui invece non odora di incenso, esso puzza. Puzza di monnezza, puzza di orina, puzza di vecchio, puzza di marcio. Altro che Danimarca. L’avesse saputo Amleto, non si sarebbe fatto tutte quelle pippe su Elsinore, ma se ne sarebbe andato a giuocare a fare beriberi con Ofelia e Orazio, tutt’insieme, vivaddio. Meno male che adesso all'aBBiente ci pensa Stefania Prestigiacomo, ella ha bei capelli, ella fa le trecce a Mara Carfagna che si fa le trecce alla pucchiacca.
“Me li dà altri dieci minuti?” Certo! Cosa vuole che siano dieci minuti nel disegno eterno dal cosmo.
PORCOILCLEROPORCOILCLEROPORCOILCLERO.
Stasera esco col mio amore segreto, Luciano Caldore. Egli è un grand’uomo, sa sempre cosa dire e cosa cantare. Egli canta una canzona che dice: “O dolente Pia, lesbicona mia, la vita è sempre bella, se mangi la fresella”. Che cosa vorrà dire ciò? Io non lo so, egli dice che è gheifrendli, che adesso bisogna essere tutti gheifrendli, ma non so cosa vuol dire.
Non m’importa, io intanto rifletterò sulla rima, per fare la computazione dei metri, mica cazzi.
Questa poesia, mirabile esempio di pseudo sonetto guittoniano, la recitava nelle sere di maggio di tanti anni fa il signor Felice. Egli suonava la chitarra e cantava, cercando di conquistare il cuore di una signorina in penitenza. In penitenza per cosa? Io questo non lo so, forse per aver fatto mangiare un risotto al limone a tanta gente che da allora non ha più cagato, o forse perché aveva in testa un boa attorcigliato, un boa di piume di struzzo, color prugna.
Il signor Felice non la conquistò mai, allora la sua sorella minore, sorella di Felice, detta Sorella Light perché era di animo leggero e spiritoso al pari di un casatiello con le cotiche, lo consolava e gli diceva: "Felice, sii felice, non essere infelice", al ché dopo un po' costui le rispondeva "Vir' 'e nun ce romp' o' cazzo". Essi andavano molto d'accordo, essi si aiutavano.
Erano tempi quelli in cui si girava nei supportici, si sperava di evitare tassisti e godzilli, ma in realtà lo sapevano già tutti che erano lì per farsi un po' di compagnia, perché non ne avevano altra, e che presto o tardi sarebbero tornati alle loro dimore senza sapere più niente e senza voler neanche sapere e senza saperlo ammettere. Felice si è sposato, con un'altra, non con la penitente, godzilla è emigrato, i tassisti continuano a estorcere, tutti gli altri lavorano tanto, tanto, tanto.
Ora vi dico una canzone di tanti anni fa, la scrisse il maestro Righello per Iva Zanicchi, per andare a Sanremolo, ma la boccErono.
Essa si intitolava Il mio amico Orsino.
Fui presto sveglio,
misi insieme parole
col lavoro mattutino
della serva del discorso,
innalzai una colonna di lode
che starà a lungo
resistente
nella città del canto.
Allora nolla compresero e pensavano che era una cosa che parlava della omosessualitade, e le dissero di andare a fare queste cagate nel cesso, pieno di forfora di culo.
Non esiste la forfora di culo, ma a volte può esistere, ne parla proprio Iva Zanicchi nel suo libro Polenta di castagne, forfora di culo e sburo di mulo, dice che quando lei cantava "Zinghera" le prudeva il buco del culo e ella lo grattava col dito medio, e usciva una cosa biancha fioccherellosa, e lei diceva "Che cosa sarà mai? Forfora di culo!" e quando andò dal termatoloco e ci disse questa cosa, quegli si scandolezzò e le disse "Iva, ma quante volte le ho detto che lei deve lavarsi il culo merdoso?" e Iva rispose "Quante volte me lo ha detto? Io non mi ricordo" e il termatoloco rispose "Sa quante volte gliel'ho detto? CEN-TO CEN-TO CEN-TO". Iva pianse un poco e bestemmiò.
Non ottengo risposte da chi vorrei me ne desse magari in quantità. Se io domando tu rispondi. Rispondi come quando rispondi al telefono e dopo esserti accertato di chi cazzo sia dall’altra parte ti rendi disponibile a rispondere a qualche altra cazzo di cosa, tipo quanti anni hai, che colore di calzette preferisci, quale deodorante spruzzi in bagno dopo aver defecato. Ma le uniche risposte che ti vengono sono solo quelle per Gerry Scotti, che nemmeno ti si incula e pensa al concorrente suo e manco pure, pensa alla custata con l'osso, all'ossobuco, che gliene fotte poi, e tu a dire la so la so, dico io dico io.
Ma che cazzo dici? Dici che lo sai? E sai anche sticazzi? Sai anche che dovresti morire orora a quest’istante con un mortaretto ficcato in culo pronto alla detonazione? Sai anche che le droghe sintetiche fanno male anni dopo che le hai prese? Sai anche che non ti frega poi tanto degli anni dopo, che chi lo sa se ci arrivi, quindi tanto vale drogarsi negli anni prima? Prima del boom economico non c’erano i soldi neanche per il pane e tu pensi alla droga?
Certamente! Però del pane me ne fotto. Mi mangio i saccottini, come diceva quella regina decapitata che da ragazza andava in giro denudata a prendere la comunione dai padri salesiani vomeresi che ti insegnano la dottrina e l’abc, e poi ti benedicono col sarreco.
Ma mettiamoci una mano sul cuore e domandiamoci umilmente: che cos’è il sàrreco? Non sai cosa è il sarreco? Ma esso è una specie di gurpìno. Ci si gioca a gurpinate, con lo schiavo negro che tieni appeso per le caviglie nel tuo salotto quando vengono a trovarti le tue amiche perete della nobiltà paesana e vi riunite in cerchio, giuocate a scuoiarlo, ma solo un po’, giusto gli avambracci, la schiena e il torace che c’è più gusto, basta fare i taglietti nei punti giusti e poi tirare via come che fosse la ceretta. Ah che bel gioco, ah come godo!
Anche quando mi dicono che il clima da quelle parti labballi è diventato irrespirabile e teso io godo. Quando mi dicono che da quelle parti labballi non puoi fare neanche una scureggia silenziosa che ti rimproverano, io godo. Quando mi dicono che da quelle parti labballi che a Natale si zappa come pure a Capodanno e per tutti i giorni che saranno, io godo. Quando mi dicono che da quelle parti labballi non puoi parlare zitto zitto nemmeno con la cummarella per farle vedere le decorazioni Missoni del tuo dildo nuovo, io godo.
Godo ché non ci vado più labballi, e il mio dildo non è Missoni, ma Cavalli, che per un dildo è certamente più indicato. Oltre al fatto che Cavalli fa rima con labballi.
Ora io vado, vado altrove, dove non so, dal faggio là dove io nacqui mi divise il vento, vento d’estate, io vado al mare, voi chiavate.
Perché mai un uomo incalzante e aggressivo si raccomanda che io sorrida? Perché mai? È la prassi, è una formalità! o una questione di qualità, non ricordo più bene. Come ricordarsi di scrivere le maiuscole, di rimproverare qualcuno, anche senza un criterio. Non vorremo mica arrovellarci a cercare una colpa o un merito? Noi siamo quelli del cazziatone precauzionale, siamo quelli di Beverly Hills, quelli che non si sa mai, che forse è meglio di no, ma magari ci indovini. Sotto a chi tocca. Sotto chi? e tocca cosa? Sempre a pensare alle cose della porcheria, invece di pensare a invocare l'amnistia.
Allora scrivi. Prendi e scrivi. Ta och skriv, come diceva Gennaro. Voi penserete che io stia parlando di San Gennaro, che col sangue squagliato redime tutte le corna di Napoli. In realtà io parlo di Gennaro Fogliadiquercia, un grandO poetO, nonché parente di Gennaro D'Auria, figlio di Gennarino detto il Feliciello, nipote di San Gennaro detto San Gennaro.
Carissima, quello che ti allego ai miei auguri è un assegno: le belle parole di una volta! le belle parole che vengono spontanee dal cuore. Ma un'assegno per cosa? per le prestazioni di zucaggio, ovviamente! E gli auguri sono di continuare a zucare!
Ma grazie! ma prego! prego iddio che ti strafulmini, donna culumbrina, intenta a fare fuma fuma con le multifilter col bocchino. Io intanto riscuoto. Ho da pagarmi la manicure e le mèches ai peli superflui.
Non essere sboccata! Sii sbocchina!
Non essere scostumata! Sii costumata!
E va bene, lo sarò! Sarò quello che volete io sia:
sarò una melanzana grandetta ripiena di mollica di pane sciocco, sarò un’uliva ascolana fritta nel burro di arachidi, sarò una nduja calabra piccantillima da stramortiare, una soreva scamazzata nelle pacche malate, una goccia di anticrittogamico caduta nel ragù per dargli più gusto e più sapore, un libricino consunto della chiesa pieno di bestemmie fantasiose, un giornaletto sozzo pieno di cazzi e cazzi, una data di scadenza sulla boccetta della novalgina, un codice a barre del Kit Kat, il cane idrofobo di Loredana Bocchini, un disco bellissimo di Ambra Angiolini, un frigorifero svedese pieno di pyttipanna, un ipod pezzotto con la discografia di Giampieretti, un vocabolarietto tascabile curdo - bolognese, bolognese - curdo, un'intensa poesia sul mal di vivere di Cristina D’Avena, un tavolino di zio Francesco del mago di Arcella, una sedia dell’Ikea color sugna, un mocho Vileda usato da tutti i bidelli del mondo, un rasco infetto di tonsillite, un arcivescovo morto di sifilide, un naso gocciolante gogolo verde e denso.
Posso essere tutto ciò, tutto quello che volete e che voglio. Tutto.
Eccetto una cosa:
Non sarò mai una che cammina comodamente sulle scarpe con i tacchi. Che poi secondo me le scarpe con i tacchi comode non esistono, sono una trovata pubblicitaria della Valleverde.
E poi in fondo basta camminare sulle punte per rendersi conto che una migliore visuale non vale il mal di piedi che ne consegue.
Oltre al fatto che i tacchi sono causa di schizofrenia, e questo è vero, l'ho letto poco tempo fa tra le notizie della minchia di iaù.
Ora potrei cantare una canzone antica per il gusto di schiarirmi la gola ma non intendo alzare un canto partigiano troppo complicato.
Non mi interessa, non mi interessa, non mi interessa. Una cippa.
Non lo so, non lo so, non lo so. E non lo voglio sapere.
Voglio andare ad Alghero. In compagnia di uno straniero.
Possibilmente in treno. Eventualmente no.
Andata e ritorno.
Andata?
Hai l’abbonamento? Un abbonato ha sempre un posto in prima fila.
Tranne che su un InterCity Plus, of course.
Che culo! Che maleducazione!
Ci vuole lap r e – n o – t a – z i o n e.
Domani. O fra tre giorni. Ma ti devi muovere almeno un anno prima, sennò non trovi il vestito. E nemmeno il ristorante.
E basta.
E avanza.
Mi sono avanzati i maccheroni, li riscaldo al forno con del gustoso formaggio filante.
Che pasto nuziale! Che posto formale!
Il posto delle fragole, al solito.
Fragole per cena e mandarini per merenda.
Mio marito è un bravo cuoco; mio marito è di Castelfranci; mio marito è un pezzo grosso, mio marito è un pezzo di pane; mio marito è un pezzo d’uomo; mio marito è un pezzo che se ne è andato.
Egli è Roberto Baggio. Che dio lo abbia in gloria.
La gloria è maggiore dopo il periglio, prima no, prima c’è l’ipotesi, la protasi.
Quando Valeriana mi diceva ciò, io rideva di lei e inventava gustose canzoncine per canzonarla, per parodiarla. Forse ero invidiosa della sua relazione con il bidello.
O forse ero segretamente innamorata di suo figlio, quel ragazzetto dalla faccia quadrata, perennemente smoccolante madonne e santi.
Forse quando sei ggiovane non sai di essere felice.
Forse quando sei vecchio ti convinci che da ggiovane eri felice.
CANZONE DEL VICINO CHE VUOLE PICCHIARE L'ALTRO VICINO PERCHE' LA MOGLIE L'E' UNA TROIA
L'autista romeno canta e smadonna, nell'ambito della metropoli settentrionale, lui ha trovato la pace e se ne sbatte se lo zucchero è finito, se il pavimento è sporco o se il caffè fa cagare. D'altra parte è così.
La gente parla al telefono, con o senza cuffie, con o senza voip, con o senza retribuzione. E Concettina ride e prende l'aperitivo, mangia tic tac e canta, come Michelle Hunziker, fa niente se sua sorella è una mostragliona. Anche chi gira su una sedia ride, bisogna ridere della vita e dei contratti a progetto, se non ci si ride ci si sorride, se non ci si sorride nemmeno, si bestemmia.
Non è possibile fermarsi per un minuto e decidere che fare stasera o domani mattina, o di qui per i prossimi due o tre anni, ma se non ti decidi arriva una bionda qualsiasi dalle parti della Toscana che ti dice cosa devi fare, come lo devi fare e anche perché, e, non contenta, ti cazzea pure, perché c'è sempre un buon motivo per cazziarti: l'è perché un l'hai telefonata! l'è perché un hai messo 'l sale nella ribollita! l'è perché un lo so miha perché! m'importa una sega!
Tra parentesi, quadre e graffe, e meglio graffe, soprattutto se sono fritte e con di molto zucchero, non ho la minima idea di come si possa supportare una persona che sta male perché da un momento all'altro l'ha preso nel culo, se si debba affiancarla, passivamente o attivamente a seconda del gruppo di appartenenza, magari in silenzio oppure a distanza, a Buttigliera Alta. Ma mi insegnano che puoi supportare qualcuno solo per un applicativo, o un'applicazione; ma di che stiamo parlando? del merletto a tombolo? della trina? della latrina? tutto può essere, ma le parole a volte hanno valore performativo, altre volte no.
I fatti contano, parlano e cantano pure. Essi sono strafatti.
Porco il mondo, viva la gnogna, siamo tutti amici, e perciò felici, per almeno tre o quattro minuti, poi tutti a casa e poi via per il pazzo mondo per le pazze vacanze di questa pazza estate. Perché poi questa cazzo di estate debba essere per forza pazza e perché cazzo bisogna essere pazzerelli per un cazzo di mese all'anno me lo devono ancora spiegare, ma la lista delle cose che mi devono spiegare è lunga e voglio sapere prima come cazzo si risponde a una che mi chiama dalla Nuova Olanda e non sa che cazzo vuole, come se lo dovessi sapere io che non so manco come cazzo si fa una "O" col culo del bicchiere.
Allora i ggiovani sognano di progettare, e progettano di sognare, purché lo consenta il signor Pacco, che è più falso dell'acerrimo nemico di Cristo nella Bibbia, e purché costui elargisca la pecunia, e purché la compagnia non si dimentichi quest'anno, come ogni anno, di celebrare il tempo che passa. Tanto il diario di bordo vede sole al mattino e tempesta di sera, se le nuvole vanno a Foggia allora andiamo in gita a Lecce, a trovare la cummara che cucina il pane con le ulive e mesce birra belga.
Non è che ci siamo allontanati troppo e inutilmente? Case in piedi stanno là e case in piedi stanno pure qua, come a Barcellona, così a Torino o al rione Traiano. Allora giriamo in tondo e restiamo sempre qua, a fare il gioco dei mimi, senza strillare troppo, altrimenti l'autista romeno diventa minaccioso e va cristonando per il cortile, solo perché non ha ancora capito come funziona il videocitofono.
E dopo tre mesi di full-immersion flegrea, mi risveglio perplessa e allibita, come prima, più di prima.
Ma almeno ho imparato qualcosa:
tutto quello che serve nella vita è un po' di pronuncia.
Non va. Non gira. Neanche la moda. Gira la moda è un giuoco. Gira la uallera no.
"Ho problemi di proxy", "alla sua età è normale". Ma a questo punto mi chiedo se non sia il caso di puntare i piedi, come mi insegnava la mia cara Antonietta Battilpiede, insegnante di filosofia, e tendere fino al dolore le proprie forze o se magari è più opportuno accettare la resa come un nuovo punto di partenza.
Se lo chiedeva spesso Carlo Pisacane, lo chiedeva ai suoi 300, ma essi non rispondevano in quanto che erano morti. Da vivi lo avevano in uggia e sovente lo mandavano a cagare; allora egli mesto mesto vagava per i campi di grano, dove incontrava sempre qualche spigolatrice da ingroppare. Costoro donne spigolatrici non spigolavano neanche la pucchiacca, in realtà trascorevano intere giuornate a trastullarsi nei campi e a giuocare a incularella.
Ma questa è un'altra storia. La storia siamo noi. E voi? Voi non siete un cazzo.
Credete voi che Rocco abbia scelto di essere Rocco?
Nossignore.
Credete voi che Manuela abbia scelto di essere Manuela? Nossignore.
Credete voi che Rocco abbia scelto di incularsi Manuela? Sicuramente.
Non si sceglie di essere, si sceglie di fare.
Paolo Meneguzzi ha scelto di fare schifo, dal momento che non poteva scegliere di essere cantante.
Dopo il crash di ieri, e dopo quello di domani, la voce delle infermiere porche si fa sentire. Non c’è posto negli ospedali, ma fatti le radiografie, ché non si sa mai. Leggi le cartelle e i cartelloni. Mi capite sennò? Come se Raoul Bova fosse nato sotto il segno dei pesci, ma insomma, io che ne so. Io non so manco la favola di Pollicino, che lo sa iddio dove se lo metteva quel pollicino, ogni domenica trovava un posto nuovo.
Come. Come che? Come e basta. È un'affermazione. Comeno!
No, no è una negazione. Comeno, sì, però. Non è come no, è come comeno. Mo sì.
Oppure come cazzo si fa ad andare a Soccavo, oggi domani e posdomani. Non è una questione di mezzi, è questione di trasferirsi volontariamente nella merda, senza passare dal bidet. E un uomo in cravatta gialla continuerà a vantarsi della sua laurea in chimica e non penserà che la sua giacca è troppo stretta che sembra un susamiello abboffato, penserà piuttosto di vantare le sue conoscenze politiche. E io mi chiedo, e chiedo a voi tutti: ma che cazzo c’è da spararsi le pose se te ne vai a mangiare alla Parolaccia con Mastella e con Sandrina? C’è da mettersi scuorno e nascondere la faccia sotto i mattoni condonati delle ville con le piscine a forma di cozza.
Mannaggia tutto. Mannaggia Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa.